C’è un punto, nell’Agro Aversano, in cui lo sguardo si alza quasi per istinto. Non per cercare il cielo, ma per seguire le viti che gli vanno incontro. I filari non corrono bassi e ordinati come in tante cartoline enologiche: qui si arrampicano, si avvolgono ai pioppi, sfidano l’altezza. È come se l’uva, l’Asprinia, avesse deciso da secoli che il suo posto non fosse solo nella terra, ma anche nell’aria. E già questo, da solo, racconta una storia. Ogni calice di Asprinio non è soltanto un vino. È un piccolo archivio liquido. Dentro c’è una stratificazione di epoche, di mani, di sguardi rivolti verso l’alto. C’è la fatica di chi sale sugli scalilli per la vendemmia, il silenzio delle grotte di tufo dove il vino riposa, il brusio delle corti, il mormorio delle popinae.
È una narrazione che non si legge solo sui libri, ma nel paesaggio stesso, nei tronchi che sorreggono le viti, nei sentieri che collegano le vigne alle case. Le origini dell’Asprinio, come tutte le storie che contano davvero, non hanno un inizio netto. Piuttosto, emergono a tratti, come frammenti di un mosaico antico. C’è chi guarda agli Etruschi, popolo di agricoltori raffinati e viticoltori sapienti, come a possibili pionieri di questa vite “verticale”. L’idea di far crescere la pianta abbracciata a un albero – olmo, pioppo, sostegno vivo e complice – non nasce per caso. È una scelta culturale, prima ancora che agricola. Significa pensare la vigna come parte di un ecosistema, non come un campo isolato. I testi latini parlano di viti maritate, di filari che si intrecciano agli alberi nelle terre tra l’Etruria, il Lazio e la Campania.
Le immagini, i riferimenti, le descrizioni sparse qua e là nella letteratura antica suggeriscono che questo modo di coltivare fosse già conosciuto nel primo millennio avanti Cristo. Non c’è un documento che dica, con sicurezza granitica: “Qui nasce l’Asprinio”. Ma c’è una costellazione di indizi che, messi insieme, raccontano una lunga consuetudine con la vite alta, con l’idea che il vino possa nascere da un dialogo tra terra e cielo. Poi la storia fa quello che sa fare meglio: accelera. Arrivano gli Angioini, nel XIII secolo, e l’Asprinio entra in una nuova fase della sua vita. Non più soltanto vino di campagna, di consumo locale, ma protagonista delle tavole di corte. La tradizione vuole che Roberto d’Angiò, re col gusto per le cose raffinate e la mente aperta alle novità, chieda al suo cantiniere qualcosa di preciso: un vino spumeggiante, elegante, stabile. Qualcosa che possa competere con quelli d’Oltralpe, senza doverli importare.
È qui che l’Agro Aversano si prende la scena. Suolo vulcanico, clima mite, una vite già predisposta a dare freschezza e acidità. Louis Pierrefeu, enologo di fiducia del sovrano, individua in questo vitigno il candidato ideale. E l’Asprinio, da quel momento, comincia a viaggiare tra saloni nobiliari, banchetti, ospiti stranieri. Diventa un simbolo di leggerezza e vivacità, un vino che non stordisce, ma accompagna. Un vino che parla di una terra precisa, eppure sa stare in mezzo al mondo. Ma la sua storia non si ferma ai palazzi. Scorre, silenziosa e costante, anche tra le mura dei monasteri. Le pergamene di San Gregorio Armeno, già nel XII secolo, lo citano come presenza abituale nelle cantine monastiche. Qui il vino non è solo piacere: è rito, nutrimento, merce di scambio.
I monaci, con la loro pazienza certosina, diventano custodi di saperi agricoli, selezionatori di viti, archivisti di pratiche. Annotano, tramandano, migliorano. In un mondo dove la memoria rischia spesso di perdersi, sono loro a darle una casa fatta di carta e inchiostro. E mentre nei chiostri l’Asprinio accompagna preghiere e conti economici, fuori, nelle città, vive un’altra vita ancora. Più rumorosa, più immediata. Nelle popinae, nelle osterie affollate, viene servito fresco di grotta, a volte appena fermentato. È il vino della conversazione, delle risate, delle pause dal lavoro. Pungente, dissetante, diretto. Non chiede cerimonie, ma compagnia. Tra il Cinquecento e il Settecento, a Napoli, il nome dell’Asprinio circola nei mercati, nei bandi, nelle cronache.
È un vino popolare, sì, ma non banale. Ha una sua dignità, una sua riconoscibilità. È parte della quotidianità di una città che vive di scambi, di arrivi e partenze, di mescolanze culturali. Se si guarda indietro, il filo è sorprendentemente continuo. Etruschi, monaci, sovrani, contadini, avventori di taverna. Tutti, in qualche modo, passano da questo vino. Tutti lasciano un’impronta. E l’Agro Aversano, con le sue alberate che sembrano sculture viventi, conserva il segno di questo passaggio di secoli come un grande libro aperto all’aria. Poi arriva il Novecento, e con lui una nuova sfida. Gli anni Settanta portano l’espansione urbana, la pressione economica, la tentazione di abbandonare ciò che rende poco. Le alberate, con la loro complessità e la loro bellezza scomoda, rischiano di diventare un lusso che nessuno può più permettersi. Il paesaggio cambia.
Alcuni tronchi cadono, alcune viti spariscono. La storia, per un attimo, sembra sul punto di interrompersi. Ed è proprio lì, in quel momento fragile, che il passato torna a farsi sentire. Non come nostalgia sterile, ma come risorsa. Perché valorizzare l’Asprinio non significa solo raccontarne le gesta antiche. Significa pensarlo nel presente: produzione sostenibile, identità territoriale, cultura condivisa. Significa riconoscere che quel vino, con la sua acidità brillante e la sua leggerezza, non è solo un prodotto, ma un racconto in bottiglia. Un racconto fatto di pioppi e di mani callose. Di scalilli appoggiati ai tronchi. Di cortili dove si chiacchiera mentre il mosto fermenta. Di grotte fresche che sanno di tufo e silenzio. È una storia che parla di lentezza, di dedizione, di scelte che si fanno pensando non solo al raccolto di quest’anno, ma a quelli che verranno.
In un mondo che tende ad assomigliarsi sempre di più, l’Asprinio fa il contrario. Rivendica la sua stranezza, la sua verticalità, la sua acidità quasi spigolosa. Dice, senza alzare la voce, che la ricchezza sta nelle differenze, nelle radici profonde, nella memoria che si condivide. E così, ogni volta che si porta un bicchiere alle labbra, non si beve solo vino. Si ascolta. Si ascolta una storia che attraversa i millenni, che ha saputo cambiare senza perdersi, che continua a salire verso il cielo, appoggiata a un albero, come ha sempre fatto. Sta a noi, oggi, decidere se vogliamo limitarci a guardarla… o se vogliamo farne ancora parte.
POPINAE
Se ti fossi fermato, duemila anni fa, a un angolo qualunque di una strada romana, avresti sentito prima il rumore e poi l’odore. Voci che si accavallano, risate sguaiate, il tintinnio di coppe di terracotta. È lì che entrano in scena le popinae. Non templi del buon gusto, ma rifugi quotidiani. Porte sempre aperte, aria densa di fumo e vino, e quella sensazione inconfondibile di vita che non chiede permesso. Dentro, il bancone in muratura era il cuore pulsante.
Nei dolia, grandi recipienti incassati come pance di terracotta, ribollivano zuppe, legumi, stufati semplici. Pane spezzato con le mani, formaggi passati di tavolo in tavolo, vino versato senza troppe cerimonie. Non c’era bisogno di menu: bastava l’appetito. E magari un po’ di compagnia. Le popinae erano il regno di chi stava in strada più che nei palazzi. Plebei, artigiani con le mani ancora sporche di lavoro, viaggiatori con la polvere addosso, schiavi in cerca di una pausa rubata, giocatori, mercanti, curiosi. Gente che non cercava solo da mangiare, ma storie, notizie, contatti.
Un posto dove un affare poteva nascere tra un sorso e una risata, e una rissa scoppiare per una parola di troppo. Non sorprende che la buona società le guardasse con sospetto. Le fonti latine le dipingono spesso come luoghi di perdizione, di eccessi, di confini sfumati. Ma proprio per questo sono così preziose per chi vuole capire davvero com’era la vita quotidiana. Lontano dai salotti, lontano dai fori e dai templi, lì batteva un altro cuore di Roma. Più irregolare, più umano.
E quando l’antichità lascia il passo al Medioevo, il nome cambia pelle ma non anima. Le popinae diventano taverne, osterie, bettole. Cambiano le mura, cambiano le lingue, ma resta la stessa scena: vino che scorre, voci che si incrociano, notizie che viaggiano più veloci dei messaggeri ufficiali. Se volessimo dirlo con un’immagine semplice, potremmo chiamarle il “bar di quartiere” dell’antichità. Ma sarebbe riduttivo. Perché dentro quelle stanze fumose non si consumavano solo pasti. Si consumava la vita, in tutte le sue sfumature. E, spesso, si scrivevano storie che nessun libro ufficiale avrebbe mai raccontato.
Giuseppe CRISTIANO
tratto dal volume Aversa 1030-2030 – Tra le memorie del passato e le visioni del futuro
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