L’antico territorio Libùriano, corrispondente pressappoco alla odierna pianura aversana, per la feracità del terreno e la buona posizione geografica, è stato sempre un luogo piuttosto ambito da varie popolazioni che, nel corso dei secoli, vi si sono insediate dando un potente impulso all’agricoltura e lasciandoci i segni della loro presenza. Secondo l’autorevole testimonianza di Erodoto, i primitivi abitatori di questa vasta plaga (un tempo deserta e malsana, soprattutto lungo il litorale tirrenire) furono nientemeno che i misteriosi Pelasgi che, approdati su queste spiagge con zattere, vi costruirono rozze capanne di pietra e di fango.
Alcuni secoli dopo, fu la volta dei Siculi e degli Osci che, cacciati i Pelasgi, si divisero il territorio fondando (principalmente questi ultimi) una quindicina di villaggi fortificati verso il mare, di cui si conosce ben poco a causa anche dei continui scavi clandestini, che ci hanno sempre di villaggi fortificati verso il mare, di cui si conosce ben poco a causa anche dei continui scavi clandestini, che ci hanno sempre sottratto prezioso materiale di ricerca e di studio. Nel secolo IV avanti Cristo, i Galli di Brenno, nella loro marcia contro Roma, spinsero alcune colonie etrusche dall’Etruria più a sud e qualcuna di esse, in questa zona, si frappose mischiandosi alla popolazione indigena, che ne assimilò usi e costumi dando origine a vere e proprie cittadine, tra cui Capua ed Atella, secondo gli storici Livio e Festo.
All’incirca nello stesso periodo, i Greci fondavano, sulla costa, i loro scali commerciali come Kime (Cuma) , Liternum (Literno), Falernum (Falerno) e Sinope (Sinuessa) influenzando tutta la nostra contrada.
I Romani, successivamente, nella costruzione del loro immenso impero (con le vie Appia, Campana, Domitiana ed Antiqua), penetrarono in questo territorio, tra il sec. III avanti Cristo e il II secolo dopo Cristo, colonizzando quanto poterono e stampando le tracce del loro passaggio: potenziarono, infatti, ed abbellirono ciò che esisteva con la loro superba opera.
Durante lo sfacelo dell’impero romano d’occidente, il territorio della Liburia (oggi Agro aversano), con i suoi insediamenti urbani, più volte assalito e devastato dai barbari, seguì un po’ gli eventi generali dell’ allora storia della nostra penisola finendo col divenire feudo di principi longobardi che spostarono il centro dei loro interessi nei grandi agglomerati urbani esistenti, causando o provocando lo spopolamento, abbandono e, quindi, la stessa distruzione (sopravvennero anche pestilenze, incendi e terremoti) di una miriade di primitivi centri abitati (ville, borghi e villaggi) che, con a capo Atella, erano sparsi per le ubertose e boscose campale dell’intera zona. Quando nell’XI secolo sopraggiunsero i Normanni, trovarono ben poco degli originari insediamenti urani, i cui miseri resti servirono, in parte, per la costruzione dei loro monumenti (alcuni presenti ancora oggi in Aversa); e tale spoliazione è continuata ininterrottamente anche nei secoli successivi, sotto le dominazioni Angioina e Aragonese e perfino sotto quella Borbonica.
Quindi, per una serie di cause, degli antichissimi insediamenti urbani esisti nella pianura aversana a noi non sono pervenute che notizie vaghe in quanto alcuni di essi, nel corso dei secoli, sono scomparsi, di altri non restano che pochi avanzi e di altri cora non si conosce neppure il nome e risulta difficile la localizzazione.
Un discreto elenco di questi primitivi centri abitati e villaggi si trova nel Dizionario geografico del Giustiniani; un altro ancora nella preziosa opera del Petrilli; una ricerca accurata venne condotta in merito sulla scia di padre Costa, dallo storiografo aversano Gaetano Parente, che ne parla ampiamente nel secondo capitolo del IV libro della sua Istoria, così come ne parla Alfonso Gallo in “Aversa Normanna” e Gaetano Corrado nella “Storia di Parete” e in un manoscritto pubblicato postumo nella Rassegna storica dei comuni.
Comunque, sfogliando antichi documenti, in prevalenza ecclesiali, conosciamo che, nella piana aversana (sui siti scomparsi e anche altrove), sorsero e prosperarono, fin dal V secolo di Cristo, una serie di “casali” che in seguito divennero altrettanti paesi giungendo fino ai nostri giorni come (usando nomi aggiornati) Carinaro, Casaluce, Cesa, Ducenta, Frignano Maggiore e Piccolo, Casapesenna, Casal di Principe, Gricignano, Orta, Parete, S. Marcellino, San Cipriano, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Lusciano, Trentola e Vico di Pantano (oggi Villa Literno).
A questi centri abitati, che sono ben noti, occorre ora aggiungere l’elenco di quelli scomparsi (per le cause già citate) che, originariamente, dovevano forse superare la cinquantina e che ci sono pervenuti (generalmente solo i nomi) dimezzati di numero.
A nord dell’odierno abitato della città di Aversa, tra i centri di Teverola e Casaluce, sorgevano (nei pressi della via Consolare Campana) alcuni feudi, tra cui Aprano, Piro e Pupone, appartenuto quest’ultimo alla nobile famiglia aversana dei Rebursa.
A nord-ovest (sempre di Aversa), nei tenimenti degli attuali centri di Casal di Principe e Villa Literno, poco lontano dal corso dell’antico fiume Clanio (ora scomparso), vi erano i due feudi longobardi di Garillano e Annecchino, del quale resta un ponte sullo scolo d’acqua dei Regi Lagni, nella tenuta di Carditello.
A nord-est (il riferimento è sempre Aversa), nei pressi della via Atellana,
tra gli odierni centri di Gricignano e Succivo, si ergevano i villaggi di Casignano, Casolla Sant’Adiutore, Teverolaccio, Vivano e Bugnano, appartenuti a vari principi e regnanti, dei quali non resta che qualche avanzo.
Ad ovest (di Aversa), da Trentola ad Ischitella, lungo il percorso della via Antiqua che da Atella portava al mare, si trovavano diversi villaggi e ville come Briano, S. Benedetto, Canziano, Cupuli, Nobile, Quadrapane, Scarafea, Santosossio (oltre l’attuale Villa Literno), Isola e Calitto (nei pressi dell’odierna Casapesenna) ed il noto centro di Centora, sito sul trivio che menava alla via Consolare Campana, famoso per il suo buon vino asprino, conosciuto da Greci e Romani, il cui ultimo possessore fu il viceré di Napoli, don Perefran Ribera Enriquez duca di Alcalá: di questo villaggio restano ancora imponenti vestigia, tra cui tre chiese (quelle di S. Nicola, S. Pietro e S. Giovanni) ed una Torre fortificata quattrocentesca, che si alza maestosa nell’aperta campagna.
Ad est (sempre di Aversa), andando verso Caivano, vi erano un tempo Sant’Arcangelo, Pendice e la celeberrima Atella (tra gli attuali centri di Succivo e Sant’Arpino), troppo conosciuta per essere più diffusámente illustrata, che era adagiata a cavallo dell’importante via Atellana e i cui resti sono serviti un po’ a tutti.
A sud (di Aversa), ai confini con il Gualdo (bosco) di Vicus Julianus (odierna Giugliano), spuntavano alcune “ville” quali Bagnava, Santa Maria a Cubito, Torre Villa Ariosa, Friano (oggi Ponte Mezzotta) e Decanzano, sito poco distante dalla via Consolare Campana, dove attualmente si trova il diruto Convento dei Cappuccini, a sud dell’ippodromo Cirigliano.
Le ville, i borghi ed i villaggi più numerosi si adagiavano, tra la fitta boscaglia di olmi, pioppi e pini a sud-ovest del centro abitato di Aversa, nelle adiacenze della via Consola Campana (che era una diramazione dell’Appia), tra gli odierni territori di Parete, Giugliano e Qualiano procedendo verso il lago Patria, dove sono stati sempre fiorenti gli scavi clandestini di materiale archeologico.
Sorgevano, infatti, queste fertili ed amene campagne, circa una ventina d’insediamenti, tra cui si ricordano Arbustolo, Casacella, Mariana, Porano Casacugnano, Trasangolo, Polbeica, S. Nullo, Scarupinata, Ventignano (quasi tutte nelle campagne di Parete), procedendo alla volta della foce del Clanio (verso cioè l’odierno Lago Patria), Zaccaria e poi, prima di giungere alla greca
Cuma, lungo l’ultimo percorso del citato fiume scomparso, presso le acque del lago di Patria (che era ricco di tinche, cefali, anguille e spigole), si affacciavano i villaggi di Crate (noto per la sua Fontana salutare, alimentata dalle acque Sabazie ora del Serino) e Malbuitino, conteso in seguito dagli stessi vescovi aversani, e la celebre colonia di Literno (celebre per aver, tra gli altri, ospitato Scipione l’Africano che vi morì nell’anno 184 a.C. in volontario esilio), sita sull’arenosa sponda lacustre, avvolta da mirti, cadi e ginestre (lungo la via Domitiana), circondata da pini e d’allori e sorvolata di giorno, da stormi di malardi, morettoni, marzaiole e di folaghe.
Oltre a questi villaggi scomparsi, ve ne erano degli altri, dei quali ci è pervenuto a stento il solo nome e che, a nostro avviso non rivestono in fondo una grande importanza per la nostra generica e sintetica esposizione sulla “topografia” dell’antica pianura aversana.
Articolo di Antonio Marino già pubblicato su La Voce del 23 giugno 1985
